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Io dico: serve il reddito sganciato dal lavoro


Io dico: serve il reddito sganciato dal lavoro
di Franco Berardi Bifo

Milioni di donne e di uomini scioperano sotto la pioggia. Ma per cosa? Qual è l’obiettivo dello sciopero generale organizzato dalla Cgil? Manca per il momento una indicazione capace di unificare precari, disoccupati, lavoratori più o meno garantiti, lavoratori pubblici e privati.
Nel frattempo il Senato americano ha bocciato il finanziamento statale destinato a salvare le grandi aziende dell’auto. Il settore automobilistico crolla in tutto il mondo, anche in Cina, dove le vendite sono cadute del 16% nel mese di novembre. La decisione dei senatori americani è dettata dal cinismo liberista, ma non è detto che sia sbagliata. Forse adesso cominceremo a renderci conto del fatto che non c’è nessuna possibilità di restaurare il sistema industriale. Il capitalismo industriale è defunto, con tutte le sue regole. Purtroppo rischia di portare nella tomba la civiltà sociale costruita negli ultimi cent’anni, e rischia di distruggere la vita di milioni di lavoratori, spinti nella miseria e nella disoccupazione.
Come salvare la società dal cataclisma provocato dal crollo del capitalismo industriale?
Negli ultimi decenni il salario si è ridotto dovunque.

La quantità di lavoro erogata e l’intensità del lavoro sono aumentate enormemente.
I profitti si sono moltiplicati.
Ora è necessario porre il problema della redistribuzione del reddito, della redistribuzione del tempo di lavoro. Abolizione degli straordinari, riduzione della giornata lavorativa, reddito di cittadinanza sganciato dal tempo di lavoro.
Non vi è salvezza se non in questa direzione.

La forma-salario non ha più ragione di essere, è finito il tempo in cui il diritto alla vita poteva essere legato al tempo di lavoro prestato.
E’ giunto il momento di lanciare una campagna europea per il reddito di cittadinanza. Di questo hanno bisogno i lavoratori, di questo ha bisogno la società se non vogliamo sprofondare nella barbarie. Questo e soltanto questo può essere il terreno su cui si ricostituisce un fronte del lavoro, un fronte dell’autonomia sociale, un fronte del progresso e della libertà.
Non ha diritto di esistere una sinistra che non abbia una parola decisiva da dire in questo frangente. E la parola decisiva, oggi, non è altro che questa: reddito di cittadinanza, redistribuzione del tempo di lavoro.
Reddito di cittadinanza non è una formula nuova. In varie maniere se ne è parlato fino dagli anni 60, e alcuni stati europei hanno sperimentato negli anni forme di erogazione di reddito ai disoccupati.
Ma ora si tratta di compiere un salto, che prima di tutto è un salto culturale.
Non vi può più essere nessun rapporto diretto tra reddito e lavoro.
La frammentazione della giornata lavorativa sociale, la precarizzazione dei rapporti di lavoro hanno reso obsoleto il principio stesso del salario. Nell’epoca classica delle relazioni industriali il salario pagava la disponibilità di una persona a prestare il suo tempo a un imprenditore. Quella persona era portatrice di diritti, bisogni, forza contrattuale. Ma oggi non è più così: ora il sistema d’impresa paga frammenti di tempo separati dalla persona, frammenti di tempo precario e cellulare, e il committente non è più un imprenditore ma un’agenzia che fornisce lavoro a imprenditori diversi.
Sempre meno si può identificare il lavoratore come persona, perché esso diviene sempre più un pulviscolo di frammenti di tempo cellulare. In questo condizioni si determina una situazione di sottosalario che produce effetti di sottoconsumo, o piuttosto di sovrapproduzione. La debolezza dei salariati è diventato un problema per lo stesso capitale. Il capitalismo si è inceppato perché ha avuto mano libera al punto da distruggere le condizioni del consumo di massa, e quindi della sua propria riproduzione.
Perciò il reddito di cittadinanza diventa oggi un terreno di contrattazione realistica tra capitale e lavoro. Perciò il tema del reddito di cittadinanza esce dalla sfera dell’utopia per divenire oggetto della discussione economica ufficiale. Fin dai licenziamenti Fiat del 1980 i sindacati si opposero alla rivendicazione di reddito sganciato dal lavoro, perché, comprensibilmente, temevano che il reddito garantito potesse permettere agli industriali di licenziare masse di operai e di ristrutturare gli impianti in modo da attaccare la composizione del lavoro. Ma la battaglia in difesa dell’occupazione è stata persa in maniera sistematica: gli industriali hanno licenziato, il salario operaio si è immiserito, la ristrutturazione ha precarizzato il lavoro.
Si può accettare che ancora oggi, come negli anni 80, il sindacato si limiti a difendere l’occupazione in settori in cui l’occupazione non ha più ragione di esserci? Non sarebbe meglio far crescere l’idea che in certi settori non c’è più bisogno di lavoro, e dunque la giornata lavorativa deve complessivamente essere ridistribuita e ridotta? Non sarebbe forse meglio far crescere la consapevolezza del fatto che il reddito va separato dal lavoro?
Non si tratta di ammortizzatori, come si dice in giro. Qua non c’è niente da ammortizzare.
Il tempo di vita dei lavoratori è stato spremuto per tre decenni, ora è necessario ridistribuire il reddito attraverso l’imposizione fiscale. Si tratta di garantire reddito a ogni cittadino e cittadina che abbia compiuto diciotto anni di età. Al tempo stesso è necessario modificare il sistema delle attese sociali, ridimensionare le attese di consumo, de-privatizzare il consumo, creare strutture di consumo collettivo. Il mondo che ci attende può essere un mondo povero e miserabile e aggressivo, ma potrebbe essere invece un mondo ricco allegro e creativo. Dipende da come predisponiamo il sistema delle attese, dipende dalla capacità di riattivare il circuito della solidarietà sociale. Dipende dalla nostra disponibilità a rinunciare al pregiudizio della crescita e del consumo crescente. Dipende dalla nostra capacità di intendere la ricchezza secondo criteri diversi da quelli proprietari.

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Categorie:Giovani comunisti
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