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Fabbriche occupate e GAP!

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Fabbriche occupate e GAP!

La crisi economica si manifesta ogni giorno di più con il suo carico di danno sociale. Dovunque crisi industriali, casse integrazioni. In regioni particolarmente sofferenti come quelle meridionali il disastro sociale lo percepisci ovunque.
Il primo gennaio in Basilicata, il vescovo di Potenza, monsignor Superbo, prima di celebrare la santa messa, ha voluto promuovere una fiaccolata a partire dalla Mondial Pistol di Tito Scalo (una altra fabbrica che ha annunciato la crisi) lungo tutta l’area industriale per segnalare la necessità di un serio intervento pubblico contro la crisi e per arginare quelle povertà che continuano a crescere. Eppure, in questa regione insieme alla crisi economica vi è una crisi politica che sarà superata senza avere in agenda nulla che abbia a che fare con i problemi della crisi sociale che la attanaglia. Eh sì, perché a sentire i rappresentanti politici di destra e sinistra in questa regione la crisi è mondiale! La sinistra vota le finanziarie regionali, compresa rifondazione comunista che continua a dire di stare all’opposizione, ma solo nel cielo della tanto denigrata “politique politicienne”, mentre il vescovo convoca le manifestazioni. Si ha un po’ l’impressione che sia tutto rovesciato.
Se proviamo a guardare questa crisi dal basso, dall’angolo di chi, in solitudine, ne subisce gli effetti, scopri, anche qui nella periferia, un’altra periferia dove comunque si cerca di resistere. Gli operai della SATA e gli operai della DARAMIC hanno costituito due gap di fabbrica per scambiarsi pasta e pane a prezzi politici. Con due Euro porti a casa 1kg di pane e 1 kg di pasta, entrambi di produttori lucani di alta qualità. Prezzo politico, qualità alta e filiera corta. Un gruppo di operai si è auto-organizzato seguendo la scia di quanto costruito dal Comitato contro il carovita -un pezzo di PRC, sindacalismo di base e altre associazioni locali- che ha promosso nei mesi scorsi i gruppi di acquisto popolari in due quartieri “a rischio” della città di Potenza. Un esperimento che dal quartiere è passato alle fabbriche.
La SATA è uno dei punti produttivi più importanti del mezzogiorno, il fiore all’occhiello del gruppo in quanto a modernizzazione, oggi in crisi, con gli operai in cassa integrazione. I lavoratori cercano di resistere anche organizzando i gap. Costruiscono liste di acquisto a prezzi popolari perché non arrivano a fine mese e sono sempre più in difficoltà perché la cassa restringe il già magro salario. La lista di acquisto ti fa incontrare anche oltre le riunioni “separate” del sindacato, ti permette di solidarizzare anche su altri problemi, le bollette, la cessione del quinto dello stipendio a finanziarie usuraie; ti permette di riconfrontarti su quello che c’è da fare in fabbrica e fuori e di farlo insieme, da soggetto sociale.
Nessuna carità! Non mi pare ci siano baroni che regalano niente.
La Daramic, appartenente al gruppo USA Polypore, annuncia nell’ottobre scorso la chiusura dello stabilimento di Tito Scalo. Nessun segno premonitore. La filiale di Tito infatti chiude nonostante un fatturato di 35 milioni annui e con un attivo del 25%. La Polypore inoltre aveva premiato la fabbrica titese come il migliore sito produttivo tra gli stabilimenti localizzati nei vari posti nel mondo. Una fabbrica che produce non serve, un altro paradosso di questa crisi. I 147 operai sono adesso, dopo aver occupato la fabbrica, in assemblea permanente davanti allo stabilimento accampati in un tendone fornito loro dalla croce rossa. Anche lì si è costituito un Gap, ci si scambia pasta e pane e si continua a resistere e lottare perché quel sito riprenda a produrre. Ci si è scambiati la prima busta della spesa dopo una assemblea in cui gli operai hanno stabilito un percorso di lotta, di trattative con l’azienda che deve impegnarsi anche a bonificare il sito, inquinato dalle scorie della produzione. Il sito produce plastica che fa da separatore di batterie. L’assemblea permanente costruisce i percorsi di lotta anche con momenti di riflessione sulla crisi e sulle forme di economia alternativa. A metà gennaio sarà proiettato il documentario sulla autogestione delle fabbriche argentine. “Dobbiamo imparare di nuovo ad affrontare le cose in modo collettivo e mutualistico” hanno detto i lavoratori in lotta. Non c’è in giro ottimismo, sanno che è difficile la loro battaglia ma sanno di non doversi e potersi arrendere. In queste due esperienze dov’è la carità? E perché un gap dovrebbe ledere la dignità operaia se sono le liste di operai a determinare la trattativa che abbassa il prezzo di prodotti di prima necessità?
I militanti di rifondazione comunista lavorano con i gap nella trattativa e nella distribuzione. Partecipano alle discussioni perché riconosciuti come soggetti che provano a fare un cammino insieme ad altri, in questi casi insieme agli operai novecenteschi e post. Imparano a leggere i bisogni e costruire risposte. Quelle da praticare qui e ora! Quelle che non salvano l’umanità ma consentono di resistere, e quelle da urlare, per esigere, pretendere vecchi e nuovi diritti che richiedono altre lotte e capacità di unificarle. Mettono a disposizione una visione della crisi e imparano a declinare l’uscita a sinistra anche provando a cercare soluzioni in basso insieme ai soggetti sociali che la crisi la hanno già pagata. Rompono la sfera separata della politica, quella che scrive il comunicato stampa per formale solidarietà e che costruisce quelle che si chiamano in gergo soluzioni possibili, in nome di una politica della solidarietà da praticare e che incrocia un fare collettivo. Potrebbero mettere a disposizione anche una rappresentanza che rompe schemi consolidati e fa della pratica della disobbedienza sociale non solo l’elemento della denuncia ma la sfida per avanzare altri percorsi necessari.
Ma questo, a sud, richiederebbe la presenza di un partito: quello della rifondazione comunista che sperimenta e osa. Invece, di fronte alla inefficacia della politica si urla contro i gap, si dice che sono caritatevoli. A me caritatevole sembra invece la social card del governo Berlusconi e tutte quegli interventi sullo stato sociale che in questi anni sono stati operati dal centrodestra e anche dai centro- sinistra. Riforme di welfare che hanno ribaltato principi e senso comune tanto che oggi siamo di fronte ad una evidente colpevolizzazione della povertà a cui si risponde con interventi pubblici caritatevoli. Rovesciare questo senso comune significa soprattutto costruire una pratica di solidarietà.
Un effetto in Basilicata la diffusione dei gap pure lo ha prodotto. I Prefetti di Potenza e Matera infatti, -ahimé, non i presidenti di giunta- stanno lavorando ad un tavolo per trovare soluzioni al carovita. Il tavolo dovrebbe comporsi di sindacati confederali e Confesercenti. I prefetti vogliono escludere i gap.
Mi sembra, invece, che il riconoscimento dei gap a quel tavolo sia una necessità da un lato, e una battaglia piccola che un partito come il nostro dovrebbe fare, forse in nome di quella partecipazione e allargamento della democrazia che riconosciamo tutti assolutamente necessario.

Angela Lombardi – Direzione Nazionale PRC

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