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Ferrero alla Indesit di None insieme ai lavoratori, contro la chiusura

indesit.jpgPochi giorni al trasferimento, ma da Merloni&Co ancora silenzio. Gli operai continuano il picchetto. Prosegue la lotta, ma la chiusura è vicina.
Ferrero: «Errore del partito interclassista»
Maurizio Pagliassotti
Torino
«Nella vita si perdono un sacco di occasioni…» commenta Caterina a pochi passi dal cancello della Indesit di None. Poco distante da lei un picchetto con operai che giocano a carte e intanto bloccano gli autotreni che dovrebbero far uscire la produzione dallo stabilimento: i magazzini ormai sono saturi.
A Caterina risponde sottovoce un tizio barbuto poco distante: «Non si perde nulla che non si voglia perdere. Basta volerlo, basta sbattersi duro».
Indesit, ormai è conto alla rovescia. Mancano pochi giorni alla chiusura ed i padroni, e smettiamola una volta per tutte di chiamarli imprenditori o industriali, almeno questi, non danno segnali di vita. Chiusura, punto. Almeno ufficialmente. Certo lo scempio della senatrice Paola Merloni, ex ministro ombra del governo ombra dell’ombra Veltroni, che dichiara «non mi sento per niente in imbarazzo. Sono orgogliosa del mio lavoro di imprenditrice e prendo seriamente il mio impegno di parlamentare» crea molto imbarazzo nel Pd che sottobanco sta tentando di portare avanti una trattativa segreta per salvare la faccia.
Le ultime novità dal fronte Indesit parlano di un accordo sottobanco in dirittura d’arrivo. La regione Piemonte si è detta disponibile ad erogare incentivi se la riduzione rimarrà a None ed in virtù di questa proposta l’amministratore delegato del gruppo Merloni salirà a Torino entro la fine del mese per discutere. Alcune voci del sindacato parlano comunque di cinquecento condannati e centocinquanta salvati. Proposta inaccettabile per Bresso, con il coltello tra i denti su questa vicenda.
Questo perché la progettazione ad esempio non può essere spostata tutta in Polonia subito, cosa che, per inciso, agli impiegati di questo settore è stato detta fin da subito. Tutta l’operazione delocalizzazione fortemente voluta da Merloni appare quindi come un piano molto complesso per smantellare la produzione in Italia, prendere qualche spicciolo di sovvenzionamenti e poi portare definitivamente tutto via tra qualche anno.
Ieri ai cancelli di None è arrivato Paolo Ferrero, la prima tappa di una via crucis industriale per la val Chisone e la val Susa. «La vicenda Indesit dice agli italiani che l’idea del partito interclassista che porta in piazza gli operai e poi fa ministro ombra chi gli operai li licenzia è una cazzata. La soluzione che noi proponiamo per questa crisi è l’estensione degli ammortizzatori sociali a tutti coloro che perdono il lavoro e un aumento delle tasse che chi i soldi li ha fatti, magari evadendo in passato».
Esiste un’estetica della crisi e ricorda molto il contagio di una malattia. Lungo la statale che porta fino a Perosa Argentina le fabbriche ammalate portano segni distintivi: bandiere rosse sui cancelli, gente che bivacca fuori dai portoni, camper parcheggiati. A Perosa c’è la New Co.cot e anche qui è in corso un disastro: su 180 lavoratrici la dirigenza ha deciso di metterne in cassa 90 a zero ore per un anno e assumerne a tempo pieno 54 a part time. Divide et impera, solita storia.
Tutte donne, inferocite. Di nuovo parole di conforto: «Vi siamo vicini, faremo tutto il possibile, non firmate nessun contratto, rimanete uniti».
Dopo Perosa terza tappa nella famosa valle parallela, la val Susa.
Cento chilometri, ancora tra capannoni che si svuotano e altri che incredibilmente continuano a nascere per essere riempiti di nulla.
A Chiusa san Michele la Cabind, una ditta collegata alla Indesit, sta portando avanti una lotta che sa di eroico. Settantotto operai che grazie a un picchetto durissimo hanno sigillato il magazzino. I pezzi necessari alla produzione finale da portare in Polonia sono fermi sotto il sole: ancora pochi giorni e anche laggiù le linee si fermeranno.
Gli operai della Cabind, tutti giovani sui trent’anni, hanno sospeso la produzione per due ore per ascoltare le parole di Ferrero. Sono determinati a non mollare e per certi versi il loro coraggio è persino superiore ai lavoratori Indesit. Pochi, fuori dal circuito dei grandi media, hanno alle spalle però l’inflessibile solidarietà di un territorio che non smette mai di sorprendere, la val Susa. Giorno e notte fuori dalla loro fabbrica, con la legna per scaldarsi, in attesa di notizie positive. Il loro futuro nelle loro mani.
«Non faremo un passo indietro e blocchiamo tutto. Qui ci sono famiglie che vivono del lavoro fatto con le loro mani. Non un passo indietro». I dirigenti passano e sorridono, sprezzanti.
E allora torna in mente il collega, forse, di Caterina: «Basta sbattersi un po’. Basta volerlo».
Sarà dura.

(Liberazione, 24 Marzo 2009)

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Categorie:Giovani comunisti
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